MA È MORALMENTE MOLTO IMPORTANTE


SPAZIOSERRA
STAZIONE LANCETTI, MILANO

Mostra a cura di spazioSERRA e Salvatore Cristofaro

A quei petali sfioriti

L’attesa si deposita sui corpi, nei gesti minimi, negli spazi residuali del quotidiano. Attese brevi, quasi impercettibili, convivono con temporalità profonde e persistenti, trasformandosi in condizioni esistenziali e politiche. Attendere significa abitare una soglia, un luogo liminale, un tempo spezzato, dove spesso si attende quanto la vita di un fiore.

Corpi su corpi attendono, marciano, lottano, parlano. Fiori su fiori sbocciano mentre petali su petali precipitano al suolo, accumulandosi come tracce di una temporalità esausta. Silenzi su silenzi si addensano fino a trasformarsi in peso, in pressione, in dolore sedimentato.

Esiste una dimensione politica dell’attesa che si manifesta ogni volta che un diritto viene sospeso, rinviato, frammentato. Corpi su corpi cadono, si rialzano, urlano. Petali su petali rimangono sospesi dentro un’attesa diacronica, che attraversa alcuni corpi più di altri.

Una lettera del 3 giugno 1929, firmata con il numero di matricola 707, riporta: «Tutti i semi sono falliti eccettuato uno, che non so cosa sia, ma che probabilmente è un fiore e non un’erbaccia».

Dentro questa frase fragile e sospesa si apre una tensione profonda, un qualcosa che continua a resistere, ad attendere, pur rimanendo privo di una forma pienamente riconoscibile. È proprio la firma numerica a produrre una frattura ulteriore. L’identità si contrae nella cifra, il corpo si dissolve nel conteggio. È uno slittamento che ritorna violentemente nel presente, quando le aggressioni omotransfobiche vengono restituite attraverso statistiche, frequenze, percentuali. Il numero sostituisce il volto. La ripetizione anestetizza il trauma.

Ma è moralmente molto importante di Valerio Eliogabalo Torrisi si inserisce dentro questo paesaggio sospeso, trasformando l’attesa in una condizione visibile, esposta e condivisa.

All’interno di SpazioSERRA la performance costruisce una geografia temporale in cui il tempo smette di essere semplice successione e assume una consistenza fisica. L’azione si attiva con un attraversamento silenzioso, nel quale l'artista percorre la stazione portando con sé un mazzo di fiori, seguendo una traiettoria che richiama la ritualità di una navata matrimoniale. È un’immagine familiare ma incrinata, perché il matrimonio non emerge qui come compimento, ma come promessa continuamente rimandata.

Da questo gesto inaugurale prende forma una lunga fase di sospensione.

Il corpo permane nello spazio in uno stato di attesa protratta, riducendo progressivamente l’azione a una postura minima, inesistente, quasi esausta. La durata dell’opera coincide con la vita organica dei fiori, trasformando la materia floreale in misura concreta del consumo e del decadimento.

Fiori su fiori cessano così di essere ornamento.

Petali disseminati sul pavimento costruiscono una geografia dell’assenza, una costellazione sfiorita, un paesaggio in cui il tempo si rende finalmente visibile, mostrando la passività istituzionale e collettiva che troppo spesso interviene quando ormai tutti i fiori sono già appassiti.

Ma è moralmente molto importante non racconta semplicemente l’attesa, ma la lascia accadere. La espone nella sua durata, nella sua fatica, nel suo lento consumarsi. Perché se la durata dell’opera coincide con quella di un fiore, la durata dell’attesa dei diritti sembra invece oltrepassare intere esistenze.

testo di Salvatore Cristofaro

foto courtesy @spazioSERRA